Associazione Culturale TéathronMusikè Panicale | Umbria
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Zamberlucco e Palandrana

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Il pregio di una prima stampa

Fonti del materiale ed impulso alla riscoperta

di Marco Bellussi

Nel caso dell’intermezzo buffo Zamberlucco e Palandrana, l’impulso a creare una edizione critica della partitura e, conseguentemente la prima stampa della stessa, è originato dalla circostanza della prima rappresentazione in tempi moderni; esecuzione della quale mi pregio d’aver curato la regia presso il piccolo ma delizioso Teatro Comunale Cesare Caporali di Panicale, nel settembre 2012.

Sin dalle prime fasi di studio dell’opera è parsa evidente la grande qualità e la ragguardevole originalità di un componimento capace di offrire innumerevoli spunti alla fantasia del regista.

I tre intermezzi tra Palandrana vecchia vedova e Zamberlucco giovine da bravo, musicati dal Cavalier Alessandro Scarlatti, ebbero prima rappresentazione presso il Teatro San Bartolomeo di Napoli nel 1716.

Destinati all’intrattenimento del pubblico partenopeo durante gli intervalli dell’opera seria Carlo d’Alemagna dello stesso Scarlatti, godettero di buon successo nel XVIII secolo, per uscire drasticamente di repertorio dal XIX secolo in poi.

Bisogna riconoscere che i gusti e le mode musicali dell’‘800 e della prima metà del ‘900 hanno fortemente penalizzato la tipologia dell’intermezzo settecentesco, lasciando alla sola Serva Padrona, e solo a quella pergolesiana, l’onore e l’onere di rappresentare l’intero genere. Dalla seconda metà del ‘900 assistiamo ad una sostanziale inversione di tendenza.

La rivalutazione dell’opera antica, l’attenzione ad una esecuzione filologicamente corretta delle partiture e la loro divulgazione attraverso la stampa ed i supporti audio visivi, hanno caratterizzato una felice stagione di baroque renaissance che ancor’oggi vive e prospera.

Ecco che in questi ultimi sessant’anni si sono succedute frequenti e pregevoli riscoperte.
La regina degli intermezzi resta meritatamente incontrastata
La serva padrona di Gennaro Antonio Federico e Giovan Battista Pergolesi, componimento rilevante anche da un punto di vista storico avendo innescato nel 1752 la famosa “querelle des buffones” tra i sostenitori della musica italiana e quelli della musica francese.

Ma accanto ad essa molti altri intermezzi hanno recentemente trovato nuova fortuna, non ultima La serva padrona di Giovanni Paisiello musicata nel 1781 sullo stesso libretto di Federico.

Zamberlucco e Palandrana, nonostante sia intermezzo di raro ed indiscusso valore, è rimasto fin’oggi inedito, archiviato nella Biblioteca Universitaria di Bologna (MS.Musicale 646 Vol.V CC 171-197) ove giunse nel 1749 per donazione testamentaria del conte Francesco Maria Zambeccari (atto notarile stilato in Venezia).

Dunque al Teatro Caporali il merito d’aver riportato sulle scene questo gradevolissimo lavoro di Alessandro Scarlatti e di averne indirettamente provocato la prima stampa.

 

Prefazione alla partitura

di Sandro Volta

Gli intermezzi settecenteschi sono brevi spettacoli di carattere farsesco, comico o giocoso che venivano rappresentati fra gl’atti delle opere eroiche quale intratteni- mento durante i cambi di scena. Nulla hanno a che vedere con gli aulici e fastosi intermedi del Rinascimento.

Particolarmente graditi al pubblico, vennero a mano a mano veicolati nelle corti attraverso le Compagnie di musici girovaghi stabilizzando la loro funzione di teatro musicale comico indipendente dall’opera di appartenenza, e proprio in questa funzione sono oggi divulgati.

La finalità dell’intermezzo è quella del divertimento, nel senso etimologico del termine; vale a dire divergere con semplici trame, in genere di famigliare quotidianità, dalle intricate e non di rado astruse vicissitudini del Dramma in musica: agli eroici e nobili protagonisti di questo genere, spesso vittime delle bizzarrie del fato che dispensando pensieri profondi e compiendo atti epici incarnano vere e proprie categorie etiche (onore, fedeltà, onestà, amicizia, amore filiale, ecc.), l’intermezzo contrappone gli aspetti più terreni e anche meschini dell’animo umano dove l’interesse personale, il senso della proprietà e del danaro soprattutto, sono il “deus ex-machina” di una vicenda che non tanto sviluppa quanto ritrae i personaggi, siano essi di classe piccolo borghese o popolana, nelle loro macchinazioni e negl’aspri, concitati litigi. Il duetto conclusivo potrà essere lieto e amoroso oppure, al contrario, cogliere i due protagonisti insultarsi vicendevolmente in aperto e inesorabile conflitto.

La forza comunicativa dell’intermezzo è determinata da un processo di semplificazione (della trama innanzitutto) teso a focalizzare efficacemente la vicenda sulla contrapposizione di due personaggi  femminile e maschile  siano essi moglie e marito o il vecchio libidinoso e avaro e l’astuta servetta. Sono queste le situazioni principali che possiamo considerare i “loci topici” dell’ipertrofica produzione della prima metà del Settecento.

L’intermezzo Zamberlucco e Palandrana di Alessandro Scarlatti, custodito nel fondo Zambeccari della Biblioteca dell’Università di Bologna, è collegato al “dramma in musica” Carlo Re d’Alemagna del 1714 sempre dello stesso autore, come già puntualmente ricordato da Marco Bellussi.

Il frontespizio riporta: Intermezzi fra Palandrana (da) vecchia vedova e Zamberlucco Giovine da Bravo.

Per meglio comprendere non la particolarità ma la solo apparente novità del libretto dobbiamo rifarci al teatro musicale eroicomico che si sviluppò a metà Seicento in ambiente veneziano. Qui troviamo, interpolate nel dramma, scene farsesche assimilabili all’intermezzo fra le quali è ricorrente quella della vecchia nutrice in atto di sedurre

il giovane paggio: un esempio eloquente si trova nella Dori di Antonio Cesti (libretto di Giovan Filippo Apolloni) nei dialoghi, sapidi quanto irriverenti, fra Dirce e Golo.

Zamberlucco sposta in ambito borghese i due personaggi che diverranno in questo caso un’anziana fresca di vedovanza che intravede il suo prossimo marito nel giovane spasimante della figlia.

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